L'arcipelago

Le acque trasparenti dai colori tropicali, la miriade di spiagge nascoste in piccole baie che si aprono lungo i 140 Km del suo litorale, la ricchezza della macchia mediterranea, senza trascurare interessanti peculiaritá bio-geologiche e non comuni testimonianze storiche (Garibaldi, Nelson, Napoleone, Mussolini), rendono l'Arcipelago di La Maddalena, formato da sette isole maggiori, un luogo di grande fascino e di raro impatto.      

Uno degli aspetti che più colpiscono osservando le isole è il profilo del paesaggio: uno spettacolo naturale unico di rocce multiformi modellate da vento ed acqua. 
La Maddalena e le isole contigue sono angoli privilegiati non solo per le usuali vacanze estive, ma anche per molteplici turismi di nicchia: dagli appassionati di ogni tipo di sport nautico e velico, incoraggiati da un generoso maestrale, al bird & whale watching, alle immersioni subacquee, all’esplorazione mineralogica e di storia militare, agli appassionati di fotografia naturalistica o agli amanti del folklore, della cucina e delle tradizioni popolari, che possono utilizzare l’arcipelago come base avanzata per la visita del “continente” Sardegna.
Non solamente l'estate, quindi, è una stagione propizia: La Maddalena, Caprera e le altre isole sono luoghi dalla bellezza variegata, fruibile per trecentosessantacinque giorni all'anno.

Cenni storici

 

Le cave di granito di Cala Francese furono aperte a metà dell’800 in connessione con i lavori di fortificazione della base navale dell’arcipelago. Su di una superficie di oltre 20 ettari furono progressivamente edificati i manufatti, le strutture, la ferrovia, le gru ed il molo per la lavorazione ed il trasporto via mare dei conci monumentali.
Dal 1870 una banca di Genova iniziò uno sfruttamento sistematico del granito di Cala Francese, assumendo diverse centinaia di scalpellini dall’Italia continentale. Prese così l’avvio un’attività economica che rimase a lungo tra le principali della zona, insieme con quelle marittime, con lo sfruttamento delle foreste della Gallura ed, ovviamente, con quelle connesse alla presenza di una grande base militare. 
Dalla fine dell’800 la concessione delle cave passò alla società genovese Marcenaro e Grondona, poi costituitasi in società “Esportazione Graniti Sardi”. Primo al mondo insieme con quello norvegese, il granito della cava, usato come materiale da costruzione per grandi opere in un’era anteriore all’uso del cemento armato su larga scala, conobbe un notevole successo commerciale, grazie soprattutto alle spiccate caratteristiche di purezza e di resistenza alla pressione. Il numero degli scalpellini aumentò sino a picchi di oltre 500, con episodi anche di scioperi e di tensioni sociali ben documentati nella storia delle relazioni industriali. Il prodotto lavorato venne esportato in tutto il Mediterraneo e nelle due Americhe. Si arrivò a produrre trecentocinquanta tonnellate di granito di prima qualità al giorno, anche sulla scorta delle commesse che affluivano copiose dal comune di Genova, per l’ampliamento delle banchine del porto e per il lastricato delle nuove vie cittadine. 

Dalle cave di Cala Francese fu estratto il materiale per lavori quali bacini di carenaggio (Taranto, Biserta, Palermo, Napoli, Genova e Venezia); opere portuali (Orano, Alessandria d’Egitto, Tripoli, Porto Sudan, Caen, Genova, Venezia, Crotone); i banchinamenti del Canale di Suez; il basamento della Statua della Libertà di New York; pavimentazioni di vie cittadine o piazze (Via Balbi e Corso Buenos Aires a Genova, Piazza Venezia a Roma; ponti (Ponte Palatino e parti del Lungo Tevere a Roma, Ponte Doria a Genova, Ponte sul Po a Piacenza); gallerie e viadotti (Galleria Mazzini a Genova); fabbricati di rilievo architettonico e civile (Palazzo della Borsa a Roma, edifici di Piazza de Pretis e Via Duomo a Napoli); i monumenti dedicati a Don Guzmao di Santos (Brasile), ai caduti di Arquata Scrivia, a Garibaldi, nel primo centenario della nascita, in piazza XXIII Febbraio a La Maddalena. 
Ma il lavoro più importante della “Soc. Esportazione Graniti Sardi”, fu il complesso monumentale innalzato nel 1930 a Djebel Mariam (Ismailia), intitolato alla “Difesa del Canale di Suez”, in memoria dei fatti bellici e dei caduti anglo-francesi nella difesa della strategica via d’acqua durante la prima guerra mondiale. 
Il monumento è costituito da un basamento di 24 metri per lato e di quasi tre metri di altezza, sormontato da due piloni di 38 metri, e con ai piedi due figure colossali alate di 9 metri. Il tutto realizzato con più di 2000 metri cubi di nudo granito, su progetto dell’architetto Roux Spitz e disegni dello scultore Delamarre, mentre l’esecuzione e l’assemblaggio in sito dell’opera furono assicurati dai più esperti scalpellini della cava. 
L’attività estrattiva si fermò con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e le cave non furono di fatto mai più riaperte, rimanendo per anni in stato di semi abbandono, di residuo interesse solo per gli appassionati di mineralogia.

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